M.me Defarge

A me il realismo non ha mai convinto, come definizione culturale e ancor meno come categoria politica. Il realista e' una persona disposta ad assumere il punto di vista di chi manovra, mentre ne ignora spesso le carte di navigazione e gli scopi. Per dirsi tale, il realista pensa che la realta' sia una superficie liscia, priva di pieghe e di zone d'ombra. Nulla gli e' interdetto, al realista, perche' altrimenti capirebbe che nei punti ciechi di quello che vede, anche lui, lavora d'immaginazione. Il realista dice: le cose stanno cosi', l'unico modo per risolverle e' amministrarne con perizia e coscienza gli algoritmi. Il realista quindi e' l'ideologo piu' cocciuto, quello che presume di disporre dei significati del mondo e, dietro l'apparente discrezione ("a me gli ideali non interessano: io parlo della bruta realta', io non mi intendo di teorie politiche") nasconde un punto di vista piu' rigido e codificato in assoluto. Il realismo e' un'ideologia. Il realista tiranneggia i significati: da parecchi anni, sulla faccia della terra, non c'e' microfisico o biologo o ingegnere della materia disposto a credere che la realta' non sia un grandioso romanzo. Per il realista, invece, la realta' e' cio' che viene prima e sta sotto all'immaginazione, il campo dei significati elementari e condivisi. Per cui assume la lettera di quello che i suoi dirigenti gli somministrano e ragiona di conseguenza: e' realistico ragionare sulla democrazia altrui in termini di contabilita', e' realistico mettere filtri all'ingresso delle frontiere nazionali, e' realistico contrapporre alla violenza dei delinquenti una violenza maggiore e contraria. Per il realista il mondo e' un'equazione: chi non dispone di cervello che serve a risolvere l'equazione, la butta in ideologia. Tutti i realisti si considerano piu' intelligenti, nel senso della ragione strumentale, quella che risolve le derivate e i rebus, di tutti gli altri. E' realistico contrapporre al primato americano un esercito europeo con valore di deterrenza. Il romanzo di base non viene mai messo in discussione. Dagli scienziati si'. Dal realista no. E la sua morale ne esce ingigantita e coccolata, perche' il realista si rende conto dei morti che il suo punto di vista lascia sulla strada, ma se ne assume la responsabilita' in nome del risultato. Per cui si presume innocente, piu' innocente di chi oltre ai morti dovra' rispondere anche della sua presunzione di verginita'. Invece il realista non e' vergine e lo sa. Anzi: la perdita della verginita' gli procura piacere, perche' sul pallottoliere dei meriti e delle colpe sa di poter mettere i dolori passati a perdere la verginita'. Ed eccoci al dunque: il realista e' un sadico. Avendo provato piacere nel momento del dolore, nel momento in cui ha messo un po' d'ordine tra le sue cose, il realista non si fa scrupoli a infliggere dolore agli altri. Anzi, gli piace e crede che quel dolore, anche per gli altri, diventera' piacere, un bel giorno. I bombardamenti, per il realista, sono un momento eucaristico alla rovescia: trasformano il corpo e il sangue di oggi nel pane e nel vino di domani, il dolore in goduria, sempre. Si scrive neoconservatori e si legge complicazioni della fase anale.

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Ma tu dov'eri l’11 settembre? Le storie dell'11 settembre cominciano spesso da qui, da una telefonata privata o dall'interruzione di un programma radiofonico. Perche' dove fossimo e cosa stessimo facendo sono le forme che diamo, forse, a un desiderio di protagonismo storico offeso, quando gli eventi scioperavano e la storia era finita. «Io c'ero» - a un concerto degli U2 come al G8 di Genova - ha costituito per qualche tempo l'unico modo del quale potevano disporre adolescenti o agenti della questura di Bologna per soddisfare questo desiderio di soggettivita', corroborata da una scritta sulla t-shirt. U2, G8: sono coordinate esistenziali. Ogni badile ha il suo manico, diciamo in provincia. E anche gli adolescenti e la polizia hanno il loro, di manico. Ma gli scrittori? Cosa fanno gli scrittori quando due aerei si vanno a schiantare nel centro simbolico del mondo e lo vanno a sbudellare? All'apparenza gli scrittori non sono molto diversi dagli altri esseri umani. Norman Mailer, per esempio, si introduce nell'11 settembre passando per l'anticamera della stessa scena privata. Cosi' veniamo a sapere che il suo intervistatore, Dotson Rader, si trovava «a Manhattan, sulla Ottantacinquesima est» e che qualcuno, nel frattempo, faceva squillare il telefono di Mailer, a Provincetown, per dirgli di accendere il televisore. Sappiamo gia' che Patti Smith era coricata sul suo letto, che Jacques Derrida si trovava in Cina e che Art Spiegelman stava passeggiando con la moglie, un paio di isolati a sud dal World Trade Center. Perche', tra le altre cose, l'11 settembre rimarra' nella storia come una formidabile mappa di chi era dove, una sorta di panopticon civile e spontaneo. Io ero qui. Io c'ero, come Rolando c'era a Roncisvalle, vi fornisco le prove e le coordinate.

Ad animare la premura topografica e il primo piano sui gesti individuali, pero', non puo' essere solo una generica mania di protagonismo. Gli scrittori non sono ne' poliziotti, ne' adolescenti. Loro protagonisti lo sono tutto il tempo, senza bisogno della t-shirt, sulle copertine del New Yorker e del Time, ai party della Quinta e di Holliwood, nei talk-show e sui nostri comodini. La spinta all’autodenuncia potrebbe allora dipendere da una roba simile a quella che condanna Fabrizio Del Dongo, nella Certosa di Parma, a morire con il dubbio di non aver fatto la guerra: l'esigenza di esserci, certo, ma anche la paura di non esserci nel modo giusto. Di non aver capito, di aver confuso la guerra con un bivacco e l'Imperatore con un attendente di cavalleria.


Se l'amministrazione (uno delle forme del potere, quella della sporgenza del pathos, diceva Karl Schmitt, realista quel tanto che basta a prendere una tessera del Reich) reagisce con gli eserciti che aveva preventivamente equipaggiato e con un ordine mondiale che di nuovo puo' vantare solo la sponda pubblicistica della liberta' duratura (riducendo il «nulla sarà più come prima» a un sinonimo della propria impunita'), per gli scrittori l'11 settembre ha lasciato domande «senza risposta, come pagine bianche e vuote», uno spazio da reinventare e una narrazione allergica al riutilizzo delle parole e dei nomi con cui le cose venivano afferrate prima che il mondo si capovolgesse. Da una parte ci sono gli eserciti e le t-shirt, l'uso pubblico della catastrofe, gli stili di vita che ne approfittano per diventare madonne vergini. Dall'altra l'esitazione e la volonta' di capire il ruolo che il nostro azionariato, sicuramente minoritario, puo' aver comunque giocato nel retrobottega dell'11/9, quanto gli stili di vita, legati ben stretti ai dipartimenti di politica estera, possano aver influito nella degenerazione degli altri. E' un'algebra difficile, quasi impossibile. Ma puo' produrre dei risultati notevoli, anche per approssimazione. Norman Mailer, Toni Morrison, Jonathan Franzen, Paul Auster, Don De Lillo, Gore Vidal e parecchi altri: tutti a raccontare dov’erano e a chiedersi subito dopo cosa deve cambiare, a partire da quella cosa che c'era prima e che c'è adesso e che si chiama Norman Mailer, Toni Morrison, Jonathan Franzen, Paul Auster, Don De Lillo... Il chi fosse dove viene inserito in un nuovo contesto, quindi, differente dalla coazione alla t-shirt e alla difesa degli interessi nazionali: adesso la cesura tra i vecchi nomi e le nuove cose comporta lo smottamento delle identità individuali e professionali, mentre l’esserci, come per Fabrizio Del Dongo, è reso inquieto dalla coscienza della propria marginale, costitutiva impreparazione.

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Reiner Maria Rilke diceva che era molto bello potersene stare sulla soglia - suppongo di un vecchio condominio - dove tanti innamorati si erano salutati, baciati, dati la buonanotte, promessi in matrimonio, lasciati. La vita, con l'energia delle storie d'amore, era passata e passava di li', da quella soglia, dagli scalini smussati, dal vecchio portone, dall'odore buono di polvere che scaldava la fessura, dalla pulsantiera dei campanelli (che forse ai tempi di Rilke non c'era, ma e' per rendere l'idea). Se ben ricordo le Energie Duinesi sono questa ostinata variazione sulla musica dell'addio, piene di angeli e di luoghi simili all'ingresso di quel vecchio condominio.

"Per noi sentire e' morire", diceva sempre Rilke, sempre li', rompendo cosi' l'incantesimo e le illusioni di chi sfiorava i luoghi degli amanti coi polpastrelli, per sentirne le parole. Sentire quelle parole era morire, come presumibilmente erano gia' morti alcuni di coloro che si erano amati qui, perche' fuori dal tempo ci sarebbe interdetta la magia di quel primo o di quell'ultimo bacio e perche' la misura delle parole sono i silenzi in cui vanno a finire. Ultimo: per me e' la parola piu' grande, la sola che mi permette davvero di sentire - e di morire, suppongo. Ultimo: ha un suono impossibile, ma rimane l'aggettivo piu' realistico che io conosca, quello che mi permette di misurare l'esperienza, o di accorgermi che c'e', l'esperienza, che spesso e' gia' molto. Mi pare di ricordare che Rilke dicesse proprio cosi': che bello essere gli ultimi di una lunga storia di amanti che si fermarono ad amarsi sul portone di questo vecchio condominio. Pensavo a queste cose, l'ultima notte di veglia a Parigi. Potevo dormire, lo so.

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Un giorno - quel giorno è vicino - tutti i cani del mondo si uniranno e romperanno le catene della loro oppressione: il punkabbestia.

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Penultimo risveglio in terra straniera. Piove che e' una meraviglia. Gran voglia di tornare a casa e idee confuse sul destino di questa pagina. Potrebbe diventare settimanale. Oppure settimanale potrebbe diventare il post elaborato (quello con le immagini e un numero maniacale di correzioni), mentre in ogni momento, anche due, tre, dieci volte al giorno potrei scrivere cose come questa. Non so. L'unica cosa certa e' che farsi sorprendere nella rimessa del metablog, a pochi giorni dalla riapertura, non e', di per se', un grande segnale di salute. E' un po' come scrivere che non si sa cosa scrivere, ma che si vorrebbe tanto, davvero. Ci riflettero'. Per il momento a bientôt, dal computer di Casinalbo di Formigine di Modena del Pianeta Terra, se ci sarete ancora.

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Io non viaggio molto, anzi. Non amo la vacanza e non amo le uscite fuori porta. Una porta piccola, di provincia, dentro la quale trovo tutti i giri e le facce di cui ho bisogno. Per cui quello che ho da raccontare non ha nessun valore statistico. E' vero e basta. Poi ci sono motivi che possono indurre anche un animaletto di provincia a fare le valigie. I miei sono due: il lavoro e gli appuntamenti politici. Questi due motivi incrociavano a Parigi per il mese di novembre. E infatti sono qui. Ma ecco un dialogo che chiunque sia partito ha dovuto affrontare, almeno una volta nella vita.


Io - Vado a Parigi
Lui/Lei - Che fortuna
Io - Dipende dai punti di vista. Ti serve niente, la'?
Lui/Lei - Direi di no. Ma se mi viene in mente qualcosa ti mando una mail
Io - Non ti fare scrupoli
Lui/Lei - Mi raccomando pero', vai a mangiare la crêpe in rue Gay Lussac: fanno la crêpe più buona di Parigi

Quindi io mangero' crêpe in tutti gli angoli di Parigi, statene pur certi, magari non mangero' altro che loro, le crêpe, ma mi guardero' bene dal mangiare quelle di Gay Lussac. No, non faccio il bastiancontrario, e' che questi giudizi di qualita' proprio non li sopporto. Per cui non andro' nella crêperie migliore, non mettero' piede nel bistrot piu' tipico e non spendero' un centesimo (con 361 euri di borsa di studio!) nel Jazz Club piu' parigino di Parigi. Ma se fossi un vero duro, Lui/Lei non la passerebbe cosi' liscia e cambierei il finale del mio dialogo. Ecco come:

Lui/Lei - Mi raccomando, vai a mangiare la crêpe in rue Gay Lussac: ci fanno la crêpe più buona di Parigi
Io - Senti, dimmi un po', ma tu hai un'idea di quanti abitanti fa Parigi?
Lui/Lei - Diversi milioni?
Io - Ecco, diversi milioni, tanti milioni
Lui/Lei - E allora?
Io - Significa che se togliamo i barboni e la trascurabile percentuale di parigini che non digeriscono le uova, aggiungiamo i turisti e ragioniamo un tanto al braccio, a Parigi ci sono comunque parecchi milioni di persone che mangiano crêpe e un numero di crêperie superiore a quello delle edicole e dei tabaccai
Lui/Lei - E quindi?
Io - Quindi mi spieghi perche' proprio tu dovresti conoscere il posto in cui fanno le crêpe più buone di Parigi? E poi perche' usi il singolare? Ne fanno tante di crêpe, in rue Lussac, mica solo la tua!
Lui/Lei - Non so, ma non te la prendere. Se mi serve qualcosa ti mando delle mail…

Purtroppo pero' non sono un duro. Nella migliore delle ipotesi vado in ebollizione, senza portare a cottura un bel niente. Ma qui posso finalmente dirlo: i giudizi di qualita' sono solo segni di distinzione. La crêpe, il bistrot, il croissant, il Jazz Club, la Tour Eiffel migliore di Parigi: tutti segni di distinzione. Cose che si dicono cosi', tanto per assumere un punto di vista elevato, un punto di vista che sovrasti tutta la citta' e la gente che ci mangia dentro, lasciando gli altri e la loro conoscenza del mondo a digerire suole da scarpe in periferia.


E' la nuova aristocrazia, cari miei. Un'aristocrazia del gusto, che non e' uguale all'aristocrazia di sangue, ma segue cerimonie diverse. Anche se bisogna ammettere che i giudizi di qualita', in fondo alla pagina, scritto più in piccolo delle clausole di una polizza assicurativa, sono spesso corredati da una frase del tipo: «Spendi di piu', ma ne vale la pena». E se l'esempio di Parigi ha del ridicolo – per cui potreste dedurne che la favola non vi riguardi – sappiate che i nuovi marchesi sono reperibili ogni pomeriggio alle Tuilleries della migliore trattoria di Roma, del miglior vitinio della valle del Chianti, nello strüdel migliore di Bolzano o, in miniatura e senza gloria, nella miglior pizzeria della vostra citta'. Sono comportamenti interessanti e diffusi, e' necessario prenderli sul serio, prima che la nuova aristocrazia perda completamente la testa. Sappiate pero' che ce n'e' per tutti, non si salva niente e nessuno. Io per esempio l'ho buttata in letteratura: e voi? V'intendete di rock'n'roll, di lirica, di formaggi piemontesi o di architettura decostruttivista? Siete generalisti o sistematici? Vi specializzate o prendete un po' di qua e un po' di la', come a un buffet? Fumetti? Televisione? Design? Nouvelle vague? Realismo sovietico? Esistenzialismo scandinavo? Soft-porno giapponese? Bombolo? Eleonora Duse?

Perche' dimenticavo di dirvi che anche il giudizio estetico, nonostante Kant sostenesse il contrario, si riduce spesso a un segno di distinzione. Piu' faticoso da maneggiare, sedimentato nella storia, preterintenzionale - se proprio volete - ma pur sempre un distintivo e'. E adesso che ci penso "nonostante Kant sostenesse il contrario" e' una frase piuttosto impegnativa, oltre che un distintivo. Comunque sia: volete una corte tutta per voi? Prego, entrate, fanno circa 500 euri per mandare un figlio in prima liceo (l'I.T.I. costa piu' o meno 2/3 del liceo), 22 euri per ogni colpo di distinzione musicale e 8 per quella cinematografica. No, fermi, non da quella parte, la' danno Vacanze di Natale per quelli che la distinzione l'hanno ritirata dal concessionario oggi pomeriggio: la vostra sala e' quella la' in fondo, con le poltrone di legno e la muffa alle pareti. E all'uscita vedete di non fare il solito dibattito che poi rovinate il plotting a quelli che arrivano per la seconda visione.

Noi - Ma guardi che nei nostri film non ci sono morti e maggiordomi
Il Signor Bigliettaio - E' vero, e' vero scusate. Guardate, non dovrei essere io a dirlo, ma non capisco proprio cosa ci troviate, in quei film la'.
Noi - Non si preoccupi, non importa. Ma senta un po': com'e' che lei dice "plotting"?
Il Signor Bigliettaio - Ma, l'ho sentito da voi la settimana scorsa...
Noi - Aaah

* * *

Io - Vado a Parigi
Lui/Lei - Che fortuna
Io - Dipende dai punti di vista. Hai mica qualche consiglio da darmi? Di solito…
Lui/Lei - Certo, mi raccomando di andare all’Orangerie, ci sono le ninfee piu' belle di Monet
Io - Perche', le altre cos'hanno?
Lui/Lei - A vedere le altre e' sempre sempre sempre pieno di turisti. Allora ci vai?
Io - No, a camminare nei musei mi viene mal di schiena
Lui/Lei - Beh, guarda, allora ho quello che fa per te. Noi [plurale amoris] siamo stati a Parigi proprio questa primavera, perche' avevo da recuperare dei giorni di ferie, e ti posso dire che se scendi al Luxembourg e prendi per Gay Lussac...


Ci sono turisti e' turisti, questo e' noto. L'estate scorsa, per esempio, su un campione di circa 30 amici che sono rientrati da mezzo mondo, almeno 28 non avevano fatto la classica vacanza da turisti. Anche questo e' interessante. Gente che ha bivaccato in traghetto quando si e' sempre rifiutata di bivaccare, che ha saltato i pasti quando per un cameriere lento l'hai vista con gli occhi gonfi di sangue, che ha camminato per ore quando a casa prende l'auto anche per uscire in terrazza. Oppure semplicemente gente che ha mangiato, dormito, bevuto in modo normale, ma che per qualche strano logaritmo del discorso desidera distinguersi dagli altri e dalle loro vacanze. Io - per i motivi che spiegavo all'inizio - non mi intendo di queste cose. Se pero' fossi un operatore turistico comincerei a prendere sul serio l'idea di aprire un'Agenzia Non Turistica. Ma non e' questo il punto. La vacanza dei miei amici e' stata comunque una vacanza piu' bella e opportuna delle altre (meno turistiche della loro, e quindi piu' belle e piu' opportune). Perche' una vacanza, una mostra, un film, un romanzo, una crêperie, un panorama, una pizza migliore di, ai tempi del lavoro immateriale e della messa in valore delle frustrazioni e del tempo libero, cioe' al giorno d'oggi, non si nega a nessuno.


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Davvero pensate che le guerre si combattano per il petrolio, o per salvare l'economia, o per strampalati motivi di posizionamento, come appoggiare i lanciarazzi sulla balaustra della Cina? O siete di quelli che credono nella consegna a domicilio della democrazia, nella difesa della tradizione illuminista, gli esaltati dell'11.9 che l'11.9 e' l'11.9? No, vi ho stanati: siete personaggi a la Robespierre, che ripudiava la guerra contro la Prussia perche' l'Ancien Regime avrebbe palpato e divorato - in termini di consenso - le salme dei caduti...


Comunque, se appartenete a una delle categorie summenzionate, sappiate che siete completamente fuori strada. Le guerre, in Irak e in Afghanistan, non si fanno per motivi cosi' fantasiosi. Non hanno niente a che fare con le commesse dei cartelli finanziari - le guerre - l'innocenza perduta di una civilta' o la manutenzione del pathos nazionale. Piuttosto si fanno - in quella natura nella quale teniamo pur sempre un piede - per motivi di bassa cucina ormonale. Oggi, per esempio, sono un modo come un altro per risolvere il problema che da diverso tempo angoscia gli ospiti del Maurizio Costanzo Show e i dipartimenti di antropologia di mezzo mondo: la crisi del maschio occidentale.

Il maschio occidentale, questo e' noto, non se la passa benissimo. Precario, ridotto alle pezze da un mercato del lavoro immateriale dove la donna lo scavalca, mortificato nell'imeneo da cent'anni di battaglie femministe e da una caterva di studi psicanalitici, snobbato dai figli nell'uso della tecnologia, nella quale una volta aveva pur saputo sublimare il suo modo tutto meccanico e pulsante di contribuire alla riproduzione della specie, oggi il maschio e' un fantasma di se stesso. Per un po' ha vissuto della rendita delle guerre mondiali, con la minaccia atomica e la divisione del mondo in due, ma da qualche tempo quella guerra e' finita e il rapporto di forza tra i generi si e' capovolto.

Nell'ottocento non e' che l'uomo se la passasse molto meglio. Prendiamo la Parigi capitale del XIX secolo o se preferite la Francia. Senza starla troppo a menare con la crisi dell'androne, in quella Francia li' era tutta una fiera di uomini in panne e di femmine fatali. Uno di questi uomini si chiamava Calyste. Calyste era un du Guenic, il rampollo di una delle famiglie piu' antiche della Bretagna, che la rivoluzione dell'ottantanove aveva lasciato con un pugno di decreti. Balzac racconta la storia di Calyste in Beatrix, un romazo abbastanza importante per chiunque trovi il tempo per leggersi Balzac (un romanzo, tanto per dire, in cui i personaggi leggono altri romanzi della Commedie umaine di Balzac, il che, in generale e per fortuna, non capita spesso). Ad ogni modo, quando si innamora della marchesa de Rochefide, Calyste le scrive una lettera incredibile nella quale dice:

"Voi non potete se non camminare sui fiori del mio animo, e io saro' felice di lasciarveli calpestare"


Proprio cosi': Calyste non e' un libertino, per cui crede davvero in quello che sta dicendo, nei fiori, nell'animo, nel suo profumato masochismo. Di signorini come lui, nella Francia di quegli anni, ce n'erano parecchi. Octave, Frederic, Lucien: tutti pronti a farsi calpestare, senza nessun complesso, dalla penna di Balzac a quella di Musset, da quella di Constant a quella di Flaubert. Ma fanno eccezione, in questo crepuscolo dell'orgoglio maschile, i personaggi di Henry Beyle, detto Stendhal. Loro infatti vivono nella leggenda di Napoleone (forse Fabrice Del Dongo lo ha addirittura visto), si leggono le biografie dell'Impeatore, gli vogliono assomigliare ed e' quindi naturale che sappiano tenere le donne al loro posto. Il che non significa che le prendano a calci tutte le volte che rientrano dall'ufficio: semplicemente vivono in una societa' dove il maschio non deve difendersi dalle accuse di retrocessione. Per cui seducono, escogitano, tengono il bandolo della matassa sentimentale e - anche nella scelta di morire per amore - non abdicano mai alla titolarita' delle proprie azioni. Se pronunciano frasi come quelle di Calyste, state pur certi che hanno in testa qualcosa, gli uomini di Stendhal, freschi di guerra.

A questo punto i piu' pignoli potrebbero obbiettare che anche Calyste ha fatto la guerra. E' vero, ma Calyste ha combattuto in Vandea e la guerra civile e' tutto un altro paio di maniche. A organizzare la Comune, sulla butte Montmartre, e' stata una donna, per esempio, una donna ha la sua bella parte all'inizio delle lotte per i diritti degli afroamericani e anche l'Agnese, come Milton e Enne 2, ha la pari opportunita' di andarsene a morire. Con le guerre civili il potere delle donne si ingigantisce, semmai, per cui Calyste che ha combattuto in Vandea chiede a Beatrix di calpestarlo, che lui e' contento. E' con le altre guerre, quelle tra le nazioni o tra le civilta', come quelle di oggi, che l'omo torna a essere omo: Tomas Sullivan Magnum, al rientro dal Vietnam, e' tutto tranne che un maschio in crisi. La crisi verra' dopo, quando la guerra continuera' nella zuffa civile della politica, con altri mezzi.

* * *

Modalita' d'uso. Il lettore che vorra' trarre conclusioni affrettate sulle nostalgie e l'ambiente culturale dal quale provengono le interventiste di oggi, dovra' assumersene la totale responsabilita'. Poi lo so che anche le donne oggi vanno in guerra, ma tanto peggio per loro.

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Continuo a prendermi cura del mio privato. Osservo con orgoglio lo scaffale dei libri, ne ho letti tantissimi, sistemo i dorsi, tengo in vista quelli che possono suscitare l'interesse e l'ammirazione del mondo. Seguo la contabilita' delle mie serate e delle mie maschere, mantengo in equilibrio gli ingredienti, al sabato la fidanzata e al venerdi' gli amici, o viceversa. Mi rassereno, mi beo, mi rispecchio, a volte mi annichilisco e mi tormento nelle mie abitudini, sono lo spione di me stesso e della mia fortificazione morale. Davanti ai conti che non tornano, alle mie contraddizioni e ai controsensi penso che soltanto i matti pretendono di fornire soluzioni. Io sono bravissimo a formulare il problema, che non e' poco, ma senza vanagloria e squillo di trombe. A volte pero' mi viene il dubbio che sia opportuno assumersi responsabilita' piu' tangibili e dire le cose difficili da dire. Siamo in guerra, per esempio, e la guerra la vince chi fa piu' morti. Rifletto che avro' dei figli, in questo mondo esploso, e nel pensiero dei figli risolvo una serie ulteriore di complicazioni morali: perche' voglio che loro siano felici e quindi la guerra deve finire e noi non la dobbiamo perdere. Sotto sotto, ogni nemico morto e' un'ipoteca al mio religioso senso di paternita' e qualche grammo di reazione non e' altro che un sano, algebrico, moderato, responsabile realismo. Continuo a votare progressista alle politiche e alle amministrative.

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Devo prendermi cura del mio privato. E' ora. Basta con le assemblee e la bava alla bocca, basta coi bivacchi e i panini. Devo cucinare qualcosa per la mia ragazza, chiamare gli amici a casa e servire loro, che so', lasagne. Passare un pomeriggio intero con la radio sulla mensola a mischiare uova, spinaci e farina, bollire le sfoglie e costruire con arte il mio meraviglioso palazzo di ragu' e besciamella. Farmi una doccia vaporosa e profumata, aspettare gli ospiti davanti alla stufa, accoglierli con qualche eleganza e invitarli a tavola per assaggiare vini e formaggi da collezione. A fine pasto, spogliare i mandarini e la frutta secca, dare fuoco alle bucce e perdersi in un bicchiere di Armagnac, mentre alla radio ci sono Vian e Gainsbourg e io fumo un numero cinematografico di sigarette. Sto bene, finalmente, ho messo ordine in casa mia e adesso posso dedicarmi al privato altrui, fare beneficenza e iscrivermi a un'associazione di mutuo soccorso. Leggo il quotidiano tutti, ma proprio tutti i giorni, mi rallegro e mi indigno, appartengo al limbo in cui si hanno opinioni discrete e dignitose, senza slogan. Consumo riviste straniere, cinema, teatro di prosa e musica dai lunghissimi tempi di degustazione. Ogni quattro anni indosso l'abito morale della borghesia illuminata e vado a votare progressista per le politiche. So quello che faccio.

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Non che ne siano passate parecchie, di settimane, ma questa non riuscivo proprio a tenermela. Ho inventato un nuovo personaggio. Si chiama Roberto ed e' il ragazzo ricco e alla moda di qualche inverno fa. Ogni anno lui si aggiorna, ma sempre sulle riviste che gli altri hanno imballato e messo in soffitta. Sulla base di quelle riviste, della tecnologia e dell'abbigliamento che promuovono, Roberto e' un autentico faraone. Diciamo che pesca nella terra di nessuno che separa la moda dal modernariato, risparminado sulle spese ma senza privarsi di nulla che ai tempi non fosse adeguato al figlio di un notaio. E' ricco, all'apparenza di allora, anche se oggi tutto e' cambiato e Roberto se la cava con uno stipendio di 1000 euri. Conduce una vita invidiabile, a scomodare le invidie di allora, manovra su una Mercedes 180 e parla da un telefono cellulare dei primi, simile a una radio da campo, di quando lo squillo dei cellulari e il "dove sei" suscitavano l'indignazione generale. Vive tutte le delizie che i ragazzi del centro vissero un tempo nemmeno remoto e il valore d'uso di tutti i loro privilegi. A ben vedere gli manca solo il valore di scambio della ricchezza, il riconoscimento pubblico, quella serie di significanti che ci permettono di distinguere la persona facoltosa dallo svitato. Ma se facciamo lo sforzo di giudicarlo con gli occhi di allora Roberto potrebbe tranquillamente uscire da una pubblicita' della Martini. Se siete interessati a Roberto, prendetevelo: e' copyleft.

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Mi chiedevo se per colpa di una bronchite fosse il caso di riaprire un blog. Perche' oggi che sono malato avrei una gran voglia di rituffarmi nel putiferio dei post e dei salotti, ma domani non so. Mi sono convinto quando ho pensato che di bronchiti io ne ho parecchie, diciamo una dozzina all'anno, che di per se' garantiscono una pregevole assiduita'. Quindi ho riaperto il blog, ma mi ci vorra' ancora qualche settimana per capire se ci voglio scrivere dentro oppure no. Intanto bentrovati.

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